Passiamo ore davanti allo specchio, specialmente noi donne. Creme, make up, acconciature, abiti e outfit.
Giorno dopo giorno spiamo il nostro corpo in cerca di cambiamenti, particolari passati inosservati o solamente per fare una smorfia e regalarci un sorriso.

 

La maggior parte di noi si specchia e si riconosce. Accetta con il giusto spirito ( talvolta critico e talvolta compiaciuto ) ogni parte del proprio corpo, preziosissimo insieme di caratteristiche che ci riporta alla mente il dono dell’unicità appartenente ad ognuno di noi. Non sempre e non per tutti.

 

Chi soffre di disturbi alimentari ha davanti a sé uno specchio che è capace di far sparire tutto ciò che di bello si riflette in lui, che accentua i difetti e che deforma i pregi.
I Disturbi del comportamento alimentare, sono molto spesso travisati, fraintesi ed erroneamente associati esclusivamente all’anoressia, alla vanità e all’aspirazione di avere un corpo perfetto.
Quello che traspare all’esterno è che le persone che soffrono di DCA, siano soprattutto ragazze, viziate, maniache della moda e vittime di una società che impone con prepotenza canoni di bellezza estremi.

 

La mania di essere magre a tutti i costi e di entrare in una taglia 40 quindi, secondo l’opinione pubblica, farebbe cadere nella “trappola” dei disturbi alimentari circa 2 milioni di giovani donne comprese trai 18 ed i 25 anni di età.

Non è così. Basti pensare che, i disturbi alimentari non comprendono solo l’anoressia, ma anche altre malattie molto più subdole e difficili da identificare, come la bulimia (restrizione alimentare, seguita da abbuffate e vomito come atto compensatorio) e Binge Eating (abbuffate compulsive senza atto compensatorio).

 

Se per quanto riguarda l’anoressia, il fisico scarno e denutrito è un biglietto da visita inequivocabile della malattia stessa, nella bulimia e nel binge eating gli individui che ne soffrono sono normopeso e in sovrappeso e/o obesi.

Detto questo, la motivazione superficiale che associa i DCA alla voglia di essere MAGRE E BELLE, cade. Fisici diversi, pesi diversi, stesso dolore.
Questa tipologia di malattie sono una richiesta di aiuto e di amore. Non sono solo un capriccio, sono molto di più. Quel di più spesso è da ricercare nella famiglia, in un passato troppo duro da digerire o in un presente troppo doloroso da sopportare.

Sono un vortice autodistruttivo, sono la malattia psicosomatica per eccellenza.
Manipolando il corpo, il peso e l’alimentazione si tenta di controllare una vita in realtà che non ci appartiene, una vita fatta di sofferenze represse e dolori non manifestati. È un modo di chiedere aiuto, di far capire agli altri che abbiamo bisogno di amore e attenzione, è un rincorrere un modello di perfezione tale da essere amate e apprezzate. Questa premessa serve a introdurre un concetto fondamentale: i disturbi alimentari sono malattie mentali, e come “mentale” va inteso non solo l’universo interiore di ogni individuo, ma anche l’ambiente in cui l’individuo stesso vive e si relaziona.

 

La famiglia in primis, come accennato prima.
Sono un quadro molto complesso in cui Il corpo, è solo il mezzo che serve per rendere visibile un dolore interiore e straziante, che ha radici profonde e ben radicate nell’anima.
Il corpo può assumere le sembianze di un “campo di battaglia” , come nel caso dell’anoressia, oppure può diventare un grande vaso vuoto, che per stare bene deve riempirsi fino al collo, come nel caso del binge eating. Ce la prendiamo con il cibo e con il corpo quando il cuore si frantuma e le relazioni interpersonali vanno a rotoli.

 

Ce la prendiamo con il cibo e con corpo perché restano lì a subire ciò che accade dentro, senza protestare.
Ce la prendiamo con i cibo e con il corpo quando là fuori, vivere diventa troppo complicato.

 

L’unica soluzione possibile sembra essere il rendersi invisibile per essere vista oppure il riempirsi per non sentirsi sola. Chi come me ha vissuto il dramma di queste malattie, sa bene che il cibo, il corpo , le calorie ed il peso siano nemici da combattere quotidianamente. Io li ho combattuti per anni ed anni. L’anoressia è stata mia compagna di vita per molto tempo, portandomi ad un passo dalla morte.

 

E’ successo tutto per caso, lentamente. Come un soffio di brezza leggera, l’anoressia è entrate nella mia vita e come un uragano ha sconvolto tutto: i miei piani, il mio futuro, i miei progetti, i miei sogni, la mia anima ed il mio corpo.

 

Anni terribili, vissuti tra l’ossessione del peso, il controllo smodato delle calorie, l’attività fisica estenuante e un senso di disperazione che ancora ricordo bene. Ingannavo tutti, nascondevo il cibo nei pantaloni, nelle mutande. Lo buttavo nel water e bevevo litri e litri di acqua per placare la fame e svuotarmi di ogni piccola traccia di cibo. Ero arrivata a mangiare 200 calorie al giorno, e per la prima volta in vita mia mi iscrissi in palestra, con il solo ed unico scopo di bruciare quelle poche calorie che riuscivo a buttar giù. L’attività fisica era il “ mio atto compensatorio”, ciò che mi permetteva la sera di mangiare almeno un po’ di verdure.

 

Senza sport non avrei mangiato nulla.
Se per quanto riguarda la bulimia, l’atto che compensa il senso di colpa che segue un’abbuffata è il vomito, nell’anoressia sempre più spesso viene usata l’attività fisica come compensazione in seguito all’ingestione di insignificanti quantità di cibo.

 

Anche quella che dovrebbe essere un’attività svolta per il benessere fisico e mentale, per la maggior parte delle persone malate di anoressia diventa un mezzo autolesionista, svolto solo con l’unico intento di farsi del male e di ridurre ancora di più il proprio peso corporeo.
Nell’ultimo periodo della mia malattia, ero talmente allo stremo delle forze, che perdevo liquidi dal naso e dalle gambe. Non parlavo più, respiravo a fatica ed un bel giorno il mio cuore si fermò.

 

Perché di anoressia si muore.

Perché il corpo ad un certo punto non sopporta più tutto il dolore ed il mal di vivere che si porta dentro, e cede.
I danni portati dai disturbi alimentari in generale, sono gravissimi. Si passa da scompensi cardiocircolatori con danni al muscolo cardiaco molto gravi, (esiti anche mortali) a danni dell’apparato gastrointestinale, con lesioni all’esofago e allo stomaco, seguiti da possibili epatiti acute e pancreatiti.

 

Gravi danni però vengono subiti anche dall’apparato muscoloscheletrico con riduzione della massa muscolare, di quella ossea e/o sviluppo di osteoporosi. Anche l’apparato genito-urinario può venire coinvolto, con amenorrea, sterilità, insufficienza renale acuta o cronica e per ultimo ma non ultimo, non sono rari i danni al sistema Nervoso Centrale e periferico con riduzione della performance cognitiva, perdita di memoria, mancanza di concentrazione e parestesie.
Guarire però è possibile. Occorre indagare le cause, domandandosi il “perché” e cercare i motivi che spingono alcuni soggetti ad attuare questo lento suicidio, calcolando bene i risvolti drammatici di queste malattie. Il sintomo non va aggredito, soffocato, ma indagato.

 

Questo è possibile intraprendendo un percorso riabilitativo a livello psicologico ed alimentare da parte di medici specializzati e tramite un grande lavoro interiore. Si è guariti quando si riesce ad esprimere noi stessi, a vivere a pieno emozioni e sentimenti e quando, nonostante gli ostacoli ,si trova il coraggio di far fronte alla vita, alla sofferenza e al dolore che ne è parte.
Permettere che le difficoltà e le insicurezze ci scavino dentro sino a mostrare che il corpo è il campo minato dove stiamo combattendo le nostre guerre interiori, significherebbe perdere. Perdere ancora di più di quanto si è perso fino a quel momento.
Bisogna ripartire da noi. Diventare tetto, riparo e certezza di noi stessi.

 

Deve essere un cambiamento che nasce dal fango e sboccia in superficie, come un fiore di loto.

 

Io ci sono riuscita ed ho deciso di dedicarmi all’informazione e alla prevenzione dei disturbi alimentari, mettendo la mia storia a disposizione di tutti, scrivendo articoli, libri ( IL PESO DI UNA LIBELLULA è il mio libro autobiografico ) e tenendo lezioni nelle scuole. Inutile dire che il percorso di guarigione non è semplice. Essere malati di DCA e dover affrontare un percorso duro e drammatico come il mio non è facile. Spesso è necessario affrontare lunghi ricoveri sia negli ospedali che nelle cliniche specializzate, e la terapia psicologica abbinata a quella della riabilitazione nutrizionale risulta fondamentale.
L’ostacolo più diffi cile da superare però è l’accettazione del cambiamento che avviene successivamente a questi percorsi riabilitativi. Cambiamento che avviene dentro di noi, ma anche nel nostro corpo.

 

Difficile è anche riscrivere completamente la nostra storia, con nuovi sogni e nuovi progetti, senza la paura di mettersi in gioco e di correre qualche rischio, e perché no…anche il rischio di fallire!
Una volta ritornata alla vita, ho vissuto ogni esperienza, ogni situazione, ogni attività, come se la stessi facendo per la prima volta.

 

Il lavoro, lo studio, le serate con gli amici, il primo appuntamento con un ragazzo. Tutto aveva un altro sapore. Anche lo sport, un tempo usato per autodistruzione, adesso ha acquisito un altro ruolo nella mia vita. Un ruolo completamente diverso, nuovo , bellissimo e fondamentale.

 

Lo sport infatti può aiutare moltissimo a riacquistare consapevolezza di se stessi e del proprio corpo. Ed è quello che è successo a me.

Ricordo ancora il primo giorno, dopo la mia guarigione, che varcai la soglia della palestra.

 

Ero felice e divertita. Avevo voglia di sentirmi viva, di sentire di nuovo il mio corpo e di muoverlo.

 

Ricordo quel giorno perché per me ha significato molto. Ha significato un nuovo inizio. Girovagavo fra gli attrezzi, tra i pesi ed in mezzo a quei vecchi bilancieri..spaesata! Vedevo tutta quella gente che si allenava, che faticava, che si metteva in gioco , e con occhi sbigottiti ed increduli pensavo:

 

MA COME FANNO?
Riflettendo, mi resi conto che nel mio passato avevo vissuto molti giorni disperati. Giorni in cui il “non ce la faccio” era il mio motto.. Giorni pieni di rabbia, una rabbia che mi divorava dentro, che non mi faceva dormire, che non mi faceva sorridere più. Era arrivato il momento di mettere in pratica ciò che avevo duramente conquistato durante i mesi di cure e riabilitazione. Era arrivato il momento di prendere in mano il coraggio e la forza e dire a me stessa: “VOGLIO PROVARCI, CE LA POSSO FARE ANCH’ IO!”

 

La ragazza che pensava di non essere mai “abbastanza”, la ragazza che credeva di non riuscire a farcela, quella insicura e con bassissima considerazione di sé, aveva lasciato il posto ad una donna capace di lottare con coraggio per raggiungere i suoi obiettivi e realizzare i suoi progetti.

 

Giorni come il primo giorno di palestra mi hanno dato conferma dell’importante cambiamento che era avvenuto in me. Quel giorno con coraggio provai a fare il mio primo allenamento. Da lì in poi fui sommersa da una cascata di sensazioni così meravigliose che mi fecero innamorare immensamente dello sport e di quella sala fredda e maleodorante di sudore , tanto da intraprendere un percorso di formazione presso l’ISSA EUROPE volto a trasmettere tutto il bello che lo sport è riuscito in questi anni a trasmettere a me.

 

Il cibo, non è un nemico da combattere, ma è sostanza, nutrimento, carburante per il corpo e per la mente. Prezioso amico nella vita e nelle performance sportive. Il corpo non è un campo di battaglia su cui combattere i nostri demoni e le nostre paure, ma un contenitore prezioso che ci sostiene e ci regala emozioni. Lo sport ha il dono di far credere in noi stessi e nelle nostre capacità, quando prima vedevamo solo insicurezza e fragilità Ci vuole coraggio per mettersi in gioco e per affrontare gli ostacoli che la vita non ci risparmia mai. Ci vuole forza e coraggio per rialzarsi da terra, che sia uno squat o una difficoltà, poco cambia. L’importante è credere in se stessi sempre! Quei pesi, e quei vecchi bilancieri me l’hanno ricordato e me lo ricordano ogni giorno.

L’anoressia ed il mio corpo scheletrico sono solo un lontano e terribile ricordo. Adesso non faccio più caso al mio peso sulla bilancia, ma misuro la forza che ho faticosamente acquisito. Non disdegno più le mie forme, ma ne ammiro la simmetria ed i muscoli che cambiano, si sviluppano e migliorano. Un corpo femminile, ma allo stesso tempo solido e certamente non più fragile. Quello che spero di fare in futuro con il mio lavoro come personal trainer, è quello di insegnare a tutte quelle donne che come me hanno avuto un passato nei disturbi alimentari, o semplicemente a tutte quelle persone che non riescono ad accettare l’ immagine che vedono riflessa nello specchio, ad amare la loro “carne”, a nutrire il proprio spirito ed il proprio corpo, a considerarlo come ciò che permetterà loro di superare tutti i limiti imposti dalla propria mente, e riuscire così a tagliare i traguardi tanto ambiti.

 

Vorrei trasmettere l’importanza di curarsi e costruirsi con la stesa premura con cui è necessario costruire la propria vita ed il proprio futuro.
Vorrei insegnare ad amarsi di più e a cercare nello sport, non un semplice atto compensatorio, ma un fedele compagno di vita e di benessere. I disturbi restano un tunnel oscuro in cui un sempre più ingente numero di giovani sprofondano. Da quel tunnel però si può uscire. Ed io sono qui per testimoniarlo.Non abbattiamoci di fronte agli ostacoli e sosteniamo sempre il peso delle nostre scelte.

 

Perché la vita è una PALESTRA, ti mette a dura prova, ti fortifica, alcune volte ti schiaccia, ma ti da SEMPRE LA POSSIBILITÀ DI CAMBIARE E DI MIGLIORARE.

 

 

di Elisa Fagioli CFT ISSA Europe

 

 

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