Indice
La relazione tra dieta mediterranea e rischio cardiovascolare non riguarda soltanto la prevenzione delle malattie. Questo modello alimentare può avere un ruolo importante anche quando un evento cardiovascolare si è già verificato. Una recente revisione sistematica con meta-analisi, basata su 13 studi prospettici e 54.034 pazienti con patologie cardiovascolari accertate, ha infatti rilevato un’associazione tra una maggiore aderenza alla dieta mediterranea e una riduzione della mortalità e degli eventi cardiovascolari ricorrenti. In sintesi, rispetto ai pazienti con minore aderenza, quelli che seguivano più da vicino il modello mediterraneo presentavano un rischio di mortalità:
- per tutte le cause inferiore del 26%;
- cardiovascolare inferiore del 16%;
- un rischio di nuovi eventi cardiovascolari inferiore del 40%.
Questi nuovi dati rafforzano, quindi, il possibile ruolo della dieta mediterranea nella prevenzione cardiovascolare secondaria. Tuttavia, non dimostrano un rapporto diretto di causa-effetto, perché derivano da studi osservazionali. Inoltre, soprattutto per gli eventi ricorrenti, l’ampia variabilità tra le ricerche richiede una lettura prudente dei risultati.
Che cosa significa prevenzione cardiovascolare secondaria
La prevenzione primaria si rivolge alle persone che non hanno ancora sviluppato una malattia cardiovascolare. La prevenzione secondaria riguarda, invece, chi presenta già una patologia cardiovascolare o ha avuto un evento come infarto, ictus o sindrome coronarica acuta.
In questi pazienti, l’obiettivo è ridurre il rischio di morte e di ulteriori eventi cardiovascolari. Le terapie farmacologiche e gli interventi medici rimangono fondamentali. Tuttavia, anche le abitudini quotidiane possono contribuire alla gestione del rischio residuo.
La dieta mediterranea è già ampiamente studiata e raccomandata nella prevenzione primaria. Il suo ruolo nella prevenzione secondaria, invece, dispone di evidenze meno consolidate. Proprio per questo, i ricercatori hanno voluto valutare in maniera sistematica l’associazione tra aderenza alla dieta mediterranea e prognosi nei pazienti con malattie cardiovascolari già diagnosticate.
Dieta mediterranea e rischio cardiovascolare: come è stata condotta la ricerca
La revisione sistematica e la meta-analisi sono state realizzate secondo le indicazioni PRISMA 2020. Gli autori hanno esaminato le ricerche presenti in PubMed/MEDLINE, Scopus, Embase e Cochrane Library, dalla creazione dei database fino al 28 febbraio 2026. Non sono state applicate limitazioni relative all’anno o alla lingua di pubblicazione. Per essere inclusi, gli studi dovevano:
- avere un disegno prospettico di coorte;
- coinvolgere adulti con una malattia cardiovascolare accertata;
- valutare l’aderenza a un modello alimentare mediterraneo;
- confrontare i livelli più alti e più bassi di aderenza;
- riportare dati sulla mortalità o sugli eventi cardiovascolari ricorrenti.
Sono state escluse le ricerche condotte esclusivamente sulla popolazione generale o in prevenzione primaria. Inoltre, non sono stati considerati gli studi dedicati a singoli alimenti, nutrienti o modelli alimentari diversi da quello mediterraneo. La selezione è stata svolta indipendentemente da due autori. I ricercatori hanno, inoltre, valutato la qualità metodologica degli studi inclusi e il possibile rischio di bias.
Oltre 54.000 pazienti seguiti fino a dieci anni
La meta-analisi ha incluso 13 studi prospettici, sei in più rispetto alla precedente sintesi della letteratura. Complessivamente, le ricerche comprendevano 54.034 persone con patologie cardiovascolari e oltre 13.000 eventi clinici. I partecipanti presentavano condizioni differenti, tra cui:
- precedente infarto del miocardio;
- sindrome coronarica acuta;
- coronaropatia;
- ictus;
- malattia cardiovascolare in più distretti;
- altre condizioni cardiovascolari miste.
La durata del follow-up variava da 2 a 10 anni. Di conseguenza, è stato possibile valutare sia gli esiti relativamente vicini nel tempo sia quelli a più lungo termine.
L’aderenza alla dieta mediterranea è stata misurata mediante diversi punteggi, tra cui Mediterranean Diet Score, MedDietScore, alternate Mediterranean Diet score e MEDAS a 14 domande. Alcuni studi hanno utilizzato, invece, sistemi di valutazione specifici, ricavati direttamente o indirettamente da questionari sulle frequenze alimentari.
Dieta mediterranea e rischio cardiovascolare: i risultati della meta-analisi
I ricercatori hanno analizzato separatamente la mortalità per tutte le cause, la mortalità cardiovascolare e il rischio di nuovi eventi nei pazienti con patologie cardiovascolari. I risultati mostrano associazioni favorevoli per tutti e tre gli aspetti considerati.
Mortalità per tutte le cause inferiore del 26%
Otto studi hanno analizzato il rapporto tra dieta mediterranea e mortalità per tutte le cause. Nel complesso, hanno coinvolto 54.034 pazienti, seguiti per un periodo mediano di sette anni. Durante il follow-up sono stati registrati 8.891 decessi.
Il confronto tra le categorie estreme di aderenza ha mostrato che i pazienti maggiormente aderenti alla dieta mediterranea presentavano un rischio di morte per tutte le cause inferiore del 26%.
Tra gli studi esisteva, però, un’elevata eterogeneità. In altri termini, caratteristiche dei partecipanti, modalità di valutazione della dieta e dimensione degli effetti variavano in misura considerevole. Le analisi statistiche non hanno individuato una singola causa capace di spiegare tale variabilità.
Rischio di mortalità cardiovascolare inferiore del 16%
Tre studi, comprendenti 34.077 pazienti e 2.562 decessi cardiovascolari, hanno esaminato in modo specifico la mortalità dovuta a cause cardiovascolari. Anche in questo caso è emersa un’associazione favorevole.
I pazienti appartenenti alla categoria con maggiore aderenza alla dieta mediterranea mostravano un rischio di morte cardiovascolare inferiore del 16% rispetto a quelli con minore aderenza.
A differenza di quanto osservato per la mortalità generale, l’eterogeneità tra questi studi era trascurabile. Pertanto, i risultati apparivano sostanzialmente coerenti. Tuttavia, poiché erano disponibili soltanto tre studi, non è stato possibile valutare il possibile bias di pubblicazione.
Rischio di eventi cardiovascolari ricorrenti inferiore del 40%
Sette studi hanno valutato gli eventi cardiovascolari ricorrenti. Questa parte dell’analisi comprendeva 47.883 pazienti e 4.420 eventi. Gli esiti considerati potevano includere:
- infarto del miocardio;
- ictus;
- scompenso cardiaco;
- rivascolarizzazione coronarica;
- ricovero per cause cardiovascolari;
- eventi cardiovascolari maggiori compositi.
Nel confronto tra i livelli più alti e più bassi di aderenza, la dieta mediterranea risultava associata a un rischio di recidiva cardiovascolare inferiore del 40%.
Si tratta del risultato numericamente più rilevante della meta-analisi, ma anche di quello che richiede maggiore cautela. Tra gli studi è stata, infatti, rilevata un’eterogeneità molto elevata. Inoltre, sono emersi segnali di bias di pubblicazione.
L’applicazione di un metodo statistico per stimare l’effetto di eventuali studi non pubblicati non ha modificato sostanzialmente il risultato complessivo. Ciò nonostante, le differenze tra popolazioni, definizioni degli eventi e sistemi di misurazione dell’aderenza limitano la solidità della stima. Pertanto, il dato del 40% non deve essere interpretato come una riduzione garantita per ogni paziente.
Perché la dieta mediterranea potrebbe proteggere il sistema cardiovascolare
Nella discussione riportata a seguito di questi risultati, gli autori richiamano diversi meccanismi biologici proposti dalla letteratura per spiegare la possibile azione cardioprotettiva della dieta mediterranea, tra cui:
- un miglioramento del profilo lipidico;
- una riduzione dell’infiammazione sistemica;
- una migliore funzione endoteliale;
- la regolazione della pressione arteriosa;
- un migliore metabolismo del glucosio;
- una maggiore attività antiossidante;
- effetti favorevoli sull’aggregazione piastrinica e sul rimodellamento vascolare.
Nel contesto della prevenzione secondaria, tali meccanismi assumono particolare rilievo. I pazienti hanno già subito un danno cardiovascolare e rimangono esposti al rischio di ulteriori eventi.
Più nello specifico, gli effetti antinfiammatori e antiossidanti attribuiti al modello mediterraneo potrebbero limitare lo stress ossidativo e l’ossidazione delle lipoproteine LDL. Inoltre, una maggiore disponibilità di ossido nitrico (per esempio, riconducibile agli alimenti vegetali) può favorire la vasodilatazione e la funzione dell’endotelio.
La sostituzione di parte dei grassi saturi con grassi monoinsaturi e polinsaturi potrebbe contribuire anche alla regolazione dei trigliceridi, alla funzionalità delle lipoproteine HDL e alla sensibilità insulinica. Allo stesso tempo, la presenza di alimenti ricchi di potassio e magnesio può sostenere il controllo della pressione arteriosa.
Infine, le ricerche più recenti considerano anche l’asse intestino-cuore. In particolare, la dieta mediterranea potrebbe ridurre la produzione di trimetilammina N-ossido e favorire la formazione di acidi grassi a catena corta, associati a effetti antinfiammatori sistemici.
Tuttavia, non tutte le analisi hanno rilevato miglioramenti costanti dei tradizionali fattori di rischio. Secondo gli autori, quindi, gli eventuali benefici potrebbero dipendere da una combinazione di meccanismi e non soltanto dalle variazioni di peso corporeo, pressione o valori lipidici.
La dieta mediterranea non sostituisce le terapie
I risultati sostengono la dieta mediterranea come possibile componente della prevenzione secondaria, ma non come alternativa ai trattamenti prescritti.
Anche nei pazienti che ricevono farmaci e interventi adeguati, infatti, può rimanere un rischio cardiovascolare residuo. In questo quadro, il modello alimentare può rappresentare una strategia complementare, da affiancare alle terapie farmacologiche e alle altre indicazioni cliniche.
Lo studio non consente, invece, di stabilire che la maggiore aderenza alla dieta sia la causa diretta della riduzione osservata. Le persone che seguono più attentamente un modello alimentare sano potrebbero avere anche altri comportamenti favorevoli o caratteristiche differenti, non interamente controllabili attraverso le analisi statistiche.
Punti di forza e limiti dello studio
Uno dei principali punti di forza è l’ampiezza della popolazione esaminata. La meta-analisi ha riunito dati relativi a oltre 54.000 pazienti provenienti da diverse aree geografiche. Inoltre, ha considerato esiti clinicamente rilevanti e ha verificato la stabilità dei risultati attraverso diverse analisi di sensibilità.
Allo stesso tempo, sono presenti alcuni limiti importanti. Innanzitutto, gli studi utilizzavano strumenti differenti per misurare l’aderenza alla dieta mediterranea. Anche la composizione concreta del modello alimentare poteva variare tra paesi e popolazioni.
In secondo luogo, la durata del follow-up, le caratteristiche dei partecipanti e le definizioni degli eventi non erano uniformi. Queste differenze hanno contribuito all’eterogeneità osservata, soprattutto nell’analisi degli eventi ricorrenti.
Inoltre, tutti gli studi inclusi erano osservazionali. Pertanto, non è possibile dimostrare un nesso causale né escludere completamente l’effetto di fattori confondenti.
Infine, l’aderenza alla dieta mediterranea potrebbe interagire con le terapie assunte dai pazienti, in particolare con le statine. Poiché gli studi coprivano periodi storici e contesti terapeutici differenti, non è stato possibile controllare completamente questa variabile.
Dieta mediterranea e rischio cardiovascolare: che cosa possiamo concludere
La meta-analisi indica che una maggiore aderenza alla dieta mediterranea è associata a una prognosi più favorevole nelle persone con una malattia cardiovascolare già diagnosticata.
In particolare, i risultati sostengono l’inserimento del modello mediterraneo nelle strategie di prevenzione secondaria, in aggiunta alle terapie farmacologiche e agli interventi clinici.
La conclusione più corretta non è che la dieta mediterranea garantisca una determinata percentuale di protezione. Le evidenze mostrano, ed è importante sottolinearlo, che una maggiore aderenza a questo modello alimentare si associa a risultati migliori anche nei pazienti che hanno già sviluppato una patologia cardiovascolare.


