Autismo e attività fisica, i benefici psicologici oltre che muscolari

autismo e attività fisica perché serve e a cosa serve, racconto di un'esperienza vera

L’efficacia dell’attività fisica per le persone affette da autismo è ben documentata da numerosi studi. Vi è, per esempio, questa recente meta analisi Effect of physical activity on social communication impairments in children with autism spectrum disorder: A meta-analysis. Tuttavia, in questo caso non sarà la scienza a parlare, ma una storia vera. Una testimonianza che mostra come, attraverso il movimento e l’allenamento, sia possibile non solo migliorare la qualità della vita, ma anche costruire legami profondi, autentici e inattesi che fanno crescere e migliorare.

A raccontarla è uno dei protagonisti, Davide Bernardini, Personal Trainer certificato ISSA Europe e Tutor per l’azienda, che lavora presso l’Heaven Sporting Center Morena di Roma. Davide ci accompagna nel racconto di un percorso di crescita condivisa, nato da un incarico professionale e trasformato, giorno dopo giorno, in un’amicizia sincera.

La necessità di far fare attività fisica a un ragazzo affetto da autismo

“Ho conosciuto Nicolò nel 2018, quando si è presentato con la madre in reception in palestra. Più che presentarsi è stato obbligato a venire. All’epoca diciannovenne, era alto 1,90 metri e pesava 125 kg. Il ragazzo aveva evidentemente bisogno di attività fisica. Presto capisco che oltre che con il suo autismo (sindrome di Asperger per la precisione) mi sarei dovuto confrontare con la sua scarsissima pazienza e la poca inclinazione a fare fatica”.

Il percorso comincia d’estate e, oltre alla fatica, il caldo infastidisce Nicolò e, spesso il tentativo è quello di andarsene “Ok basta, vado a fare la doccia”. Davide cerca perciò di assecondare i suoi tempi, ma al tempo stesso di stimolarlo “ancora 1 serie e poi cambiamo”.

La necessità di far fare esercizio a un ragazzo come Nicolò non riguarda solo l’aspetto muscolare. Come spesso capita, ragazzi con autismo non possono frequentare scuole “normali” e per il resto del loro tempo stanno in famiglia. Fare attività fisica significa, dunque, entrare in un contesto nuovo come quello di una palestra. Un ambiente inclusivo e relazionale, dove il movimento può diventare anche uno strumento di socialità e appartenenza.

L’approccio all’allenamento e una conseguenza inaspettata

“Nicolò inizialmente non apprezzava stare in mezzo alla gente. Abbiamo cominciato le sessioni di training in un’area un po’ isolata dello sporting center. Comprendevo le sue difficoltà a stare in mezzo alla gente. Poi piano piano mi sono reso conto che cominciava ad apprezzare il tempo passato con me, volendo per questo escludere gli altri. Preferiva un approccio esclusivo “stiamo io e te, nessuno ci disturba” mi diceva”.

Con tutta la naturalezza e l’empatia di cui è stato capace – “mia moglie mi ha aiutato tanto a questo proposito, per lei è naturale”, ci tiene a sottolineare Davide – il Personal Trainer ha accompagnato il suo specialissimo cliente in un percorso che, più che muscolare, è stato umano. Giorno dopo giorno, presentandolo ad altri frequentatori della palestra e coinvolgendolo in scambi leggeri e informali con i colleghi, Nicolò ha iniziato a sentirsi parte dell’ambiente. Ha preso confidenza con lo spazio, con i volti, con i gesti. E poi è successo qualcosa di importante: ha chiesto lui stesso di uscire dalla routine iniziale e ampliare i propri spazi d’azione.

“Tra le mie più grandi soddisfazioni personali e professionali – dice con commozione Davide – vi è il fatto che al proprio psichiatra Nicolò abbia parlato di me come di un amico, non del suo Personal Trainer”.

Relazione, fiducia, risultati

Nel corso degli anni – fino a circa un anno fa, quando la famiglia si è trasferita fuori Roma – Davide e Nicolò non hanno mai interrotto gli incontri. Settimana dopo settimana, con costanza e serenità, si sono sempre ritrovati in palestra. E anche oggi, a distanza, continuano a sentirsi e a scriversi, segno che quel legame costruito nel tempo è andato ben oltre il perimetro dell’allenamento.

La fiducia che Nicolò ha maturato nei confronti di Davide è cresciuta al punto da estendersi anche ad altri aspetti della sua vita quotidiana. Ha accolto i suoi suggerimenti sull’alimentazione, introducendo cibi più semplici rispetto ai suoi piatti preferiti – come lasagne o parmigiana – e ha iniziato a consumare la frutta con regolarità, un passo importante per lui.

“Il suo primo approccio alla frutta è stato attraverso i frullati.. con tanto latte. Ma poi ha capito che gli piaceva al punto che ha iniziato a comprarsela da solo”.

Durante i lunghi mesi del Covid, quando tutte le attività erano sospese, è stato Nicolò a chiedere di riprendere gli allenamenti appena fosse stato possibile. Una richiesta fatta in autonomia, persino senza dirlo alla mamma. Ciò dimostra quanto quell’appuntamento fosse diventato per lui un punto fermo, un riferimento positivo, uno spazio di crescita conquistato.

Attività fisica utile per l’autismo e non solo: i benefici dell’esercizio

L’esperienza raccontata da Davide Bernardini con Nicolò è molto più di un successo individuale. È la dimostrazione concreta di quanto l’attività fisica possa diventare un supporto reale nei percorsi di crescita e benessere psicologico, soprattutto per chi vive condizioni di fragilità.

Non si tratta solo di migliorare parametri fisici, come peso o tono muscolare, ma di offrire un contesto, un linguaggio alternativo, uno spazio di relazione che permette alla persona di esprimersi, riconoscersi e crescere. Il movimento, in queste circostanze, agisce come ponte tra corpo e mente, tra individuo e ambiente, tra limite e possibilità.

Alla luce di questi risultati, sarebbe auspicabile che l’attività fisica fosse considerata a tutti gli effetti come un alleato nei percorsi psicologici e riabilitativi. E che gli stessi psicologi – al pari dei professionisti dell’educazione e della salute – acquisissero almeno una conoscenza di base delle dinamiche dell’allenamento. Oppure attivassero collaborazioni strutturate con Personal Trainer competenti. Questo approccio integrato, oltre ad ottimizzare i benefici già visibili in modo spontaneo grazie all’iniziativa e alla sensibilità di singoli operatori, permetterebbe di moltiplicare le occasioni di successo.

Altri esempi che confermano quanto sia prezioso l’esercizio

Quella con Nicolò non è stata l’unica esperienza che ha segnato Davide. Nel corso della sua carriera, ha seguito persone molto diverse, ma accomunate da un bisogno profondo: ritrovare benessere e fiducia attraverso il corpo.

Una delle storie che racconta con maggiore impatto è quella di una persona che faceva molta fatica a controllare l’irascibilità, con scatti di rabbia quasi violenti. Dopo gli allenamenti, racconta la figlia, era molto più calma, capace di affrontare la giornata con maggiore serenità. Anche in questo caso, non solo un miglioramento fisico, ma un cambiamento emozionale, psicologico.

Poi c’è il caso di una giovane donna, colpita da un tumore e sottoposta a chemioterapia. Allenarsi per lei è stato uno strumento per ritrovare sicurezza in sé stessa, per mettersi alla prova nonostante tutto, per sentirsi ancora “normale” in un periodo della vita in cui tutto sembrava sfuggire al controllo.

E ancora: Davide ricorda clienti con patologie degenerative come la Corea senile o il Parkinson. Uno di questi, grazie all’attività fisica praticata con costanza e in modo mirato, ha addirittura ottenuto il rinnovo della patente. Questo evidenzia quanto il movimento possa incidere positivamente sulla qualità della vita e sull’autonomia.

Un’altra cliente, amministratrice del circolo dove Davide lavora, si era vista diagnosticare un grave problema di osteoporosi. Dopo un percorso di training mirato, i risultati della MOC (Mineralometria Ossea Computerizzata) hanno stupito lo specialista: i valori ossei sono migliorati di ben 12 punti, oltre ogni aspettativa.

Conclusioni

“Alleno ancora oggi – afferma Davide – due di queste persone. Si sono completamente affidate a me, hanno ottenuto ottimi risultati, e anche in questi casi la parte psicologica ha avuto un peso enorme. Non è facile lavorare con persone che vivono disabilità o malattie complesse, dove spesso anche i medici non si sbilanciano, per paura di peggiorare la situazione.”

Ma conclude: “A volte penso che se si studia con curiosità, ci si possa spingere anche oltre i protocolli. Siamo umani e dobbiamo far stare bene le persone. Possiamo sbagliare, certo. Ma se ci mettiamo il cuore e la testa, le persone si ricorderanno i tuoi successi, non le tue sconfitte. Una sconfitta di oggi è un insegnamento per domani. E io a tutte queste persone debbo dire grazie, perché ho imparato grazie a loro.”

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