Uno studio britannico, il Whitehall II Study, iniziato nel 1985 e terminato nel 2017, ha preso in considerazione il rapporto tra la qualità dell’alimentazione e il rischio di demenza, monito-rando nel tempo le abitudini alimentari e la salute cognitiva. La composizione della dieta è stata valutata ogni cinque anni, distinguendo tra un’alimentazione classifi cata come salutare (caratterizzata da elevato consumo di frutta, verdura e pesce) e un’alimentazione classificata come “occidentale” (con prevalente consumo di fritture, carne rossa, insaccati, latticini, cereali raffi nati e dolci). Contemporaneamente è stata eseguita la valutazione dello stato cognitivo per stimare l’incidenza di demenza. Al termine di questi lunghi anni di osservazione i ricercatori hanno concluso che la qualità dell’alimentazione dall’età dei cinquant’anni in poi non si associa in modo significativo al rischio di demenza nel tempo. Scorporando i dati successivi al decimo anno di osservazione, però, gli stessi ricercatori hanno rilevato un progressivo declino della qualità della dieta nei soggetti che avrebbero a breve sviluppato una demenza, rispetto a coloro che, nei quasi 25 anni di osservazione totale, avevano dimostrato un declino cognitivo fi siologico per l’età. Secondo gli autori dello studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista JAMA, i dati vanno quindi considerati in un’altra prospettiva e cioè inquadrati nel lungo periodo preclinico di una malattia complessa come la demenza. I ricercatori concludono quindi che una progressiva riduzione della qualità della vita dopo la quinta decade di vita non dovrebbe essere considerata un fattore di rischio di demenza.

 

 

Akbaraly TN , Singh-Manoux A, Dugravot A, Brunner EJ, Kivimäki M, Sabia S. Association of Midlife Diet With Subsequent Risk for Dementia. JAMA. 2019 Mar 12;321(10):957-968.



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