Funzionalità della spalla: perché comprendere come si muove è fondamentale per allenarla

funzionalità della spalla fisiologica e come intervenire in caso di problemi, ecco cosa si è detto durante la Convention ISSA Europe 2026

La spalla è il complesso articolare più mobile del corpo umano. Nessun’altra articolazione consente un’escursione così ampia dell’arto superiore nello spazio. Questa straordinaria libertà di movimento, però, ha un prezzo. Richiede un equilibrio estremamente raffinato tra stabilità, controllo neuromuscolare e coordinazione. Comprendere la funzionalità della spalla significa, perciò, andare oltre il semplice elenco dei muscoli coinvolti o dei movimenti possibili. Vuol dire capire come sistema nervoso, articolazioni, muscoli, fascia concorrano alla qualità del movimento.

È proprio questa la prospettiva emersa durante la Convention ISSA Europe 2026 (i cui contenuti compongono il percorso FAD asincrono che consente ai professionisti sanitari di avere 30 crediti ECM), dove molteplici relatori hanno affrontato il tema da punti di vista differenti ma complementari. Il risultato ottenuto nel pomeriggio di lavoro è stato quello di delineare una visione della spalla come sistema integrato, nella quale biomeccanica, controllo motorio e personalizzazione dell’allenamento diventano elementi inseparabili.

Perché la funzionalità della spalla è così complessa

La spalla si identifica con l’articolazione gleno-omerale. In realtà rappresenta un vero e proprio complesso articolare, frutto di un lungo processo evolutivo che ha progressivamente liberato l’arto superiore dalla funzione locomotoria a terra e sugli alberi. Come ha spiegato il biologo evoluzionista Simone Masin durante la manifestazione, l’evoluzione della spalla ha permesso all’uomo di sviluppare movimenti sempre più ampi e complessi, fino a rendere possibile il lancio e una straordinaria capacità di manipolare l’ambiente circostante. Questa evoluzione, tuttavia, ha richiesto un equilibrio estremamente raffinato tra mobilità e stabilità. La spalla rappresenta, infatti, un sistema nel quale diverse strutture devono lavorare in perfetta sincronia per garantire movimenti ampi e controllati. Il movimento stesso nasce da una continua coordinazione.

Questa organizzazione permette alla spalla di raggiungere un’escursione articolare superiore a qualsiasi altra articolazione del corpo umano, ma rende anche il sistema particolarmente delicato. Un’alterazione del controllo motorio, della mobilità della scapola o della coordinazione neuromuscolare può modificare l’intero schema di movimento.

Quali sono le funzioni della spalla?

La funzione principale della spalla consiste nel posizionare la mano nello spazio con precisione, forza e controllo. Per raggiungere questo obiettivo il complesso articolare deve essere in grado di:

  • orientare l’arto superiore in qualsiasi direzione;
  • stabilizzare la testa dell’omero durante il movimento;
  • trasmettere le forze generate dal tronco verso il braccio;
  • adattarsi continuamente ai movimenti della scapola e del rachide;
  • consentire sia gesti di grande precisione sia movimenti che richiedono elevata produzione di forza.

Come emerso durante la Convention, questa capacità dipende non soltanto dai muscoli, ma soprattutto dalla qualità del controllo neuromuscolare che coordina ogni singolo movimento.

Quali sono le funzionalità fisiologiche della spalla?

Dal punto di vista biomeccanico, la spalla è in grado di eseguire movimenti su più piani dello spazio. Tra i principali movimenti fisiologici rientrano:

  • flessione, consente di portare il braccio anteriormente fino al di sopra della testa;
  • estensione, permette di spostare il braccio posteriormente rispetto al tronco;
  • abduzione, allontana il braccio dal corpo sul piano frontale;
  • adduzione, riporta il braccio verso il tronco;
  • rotazione interna, dirige l’omero verso l’interno;
  • rotazione esterna, ruota l’omero verso l’esterno, movimento fondamentale per la stabilità e per molte attività sportive.

Secondo Masin, questi movimenti non dovrebbero mai essere considerati in modo isolato. Nella vita quotidiana e nello sport vengono infatti continuamente combinati tra loro, dando origine a gesti complessi che richiedono un’elevata integrazione tra articolazioni e sistema nervoso.

Il relatore ha, inoltre, evidenziato l’importanza della scaption, il movimento eseguito sul piano della scapola, oggi considerato uno dei più fisiologici perché consente un miglior centraggio della testa dell’omero e una distribuzione più favorevole delle forze articolari. Per questo motivo trova ampio impiego sia nell’allenamento sia nella riabilitazione della spalla.

Quali sono i piani di movimento della spalla?

Per descrivere correttamente la biomeccanica della spalla è necessario distinguere i diversi piani nei quali il braccio può muoversi.

Il piano sagittale comprende i movimenti di flessione ed estensione. Il piano frontale è invece quello dell’abduzione e dell’adduzione. A questi si aggiunge il piano scapolare, orientato di circa 30-45 gradi rispetto al piano frontale, che rappresenta il riferimento della scaption.

Che cos’è il ritmo scapolo-omerale e perché è importante

Il ritmo scapolo-omerale fa riferimento alla coordinazione tra il movimento dell’omero e quello della scapola durante l’elevazione del braccio. Masin ha evidenziato come il movimento della spalla non dipenda esclusivamente dall’articolazione gleno-omerale, ma dal contributo coordinato delle diverse componenti del complesso articolare. Comprendere questa relazione è fondamentale per interpretare correttamente la biomeccanica della spalla e la sua funzionalità.

Uno dei concetti fondamentali della biomeccanica della spalla è il ritmo scapolo-omerale, cioè la coordinazione tra il movimento dell’omero e quello della scapola. Quando solleviamo il braccio, infatti, non si muove soltanto l’articolazione gleno-omerale. Anche la scapola ruota progressivamente sul torace.

Per il professionista dell’esercizio fisico, comprendere il ritmo scapolo-omerale significa imparare a osservare il movimento della scapola come parte integrante della valutazione funzionale della spalla.

Perché la spalla non lavora mai da sola

Dario Crippa, esperto di Fitness Posturale®, ha ampliato ulteriormente la prospettiva mostrando come la spalla non possa essere interpretata come un segmento isolato. Ogni movimento dell’arto superiore coinvolge, infatti, un sistema molto più ampio nel quale partecipano torace, colonna vertebrale, bacino, arti inferiori e sistema fasciale.

Nel corso della relazione, Crippa ha ricordato come le moderne conoscenze sulle catene miofasciali abbiano modificato il modo di interpretare il movimento umano. Le tensioni e le forze generate durante un gesto motorio vengono infatti distribuite attraverso un continuum di tessuti connettivi che collega regioni corporee anche molto distanti tra loro. In questa prospettiva, un’alterazione della mobilità toracica, una ridotta rotazione del tronco o un deficit del controllo posturale possono influenzare anche il comportamento della spalla.

Per questo motivo la valutazione funzionale non dovrebbe limitarsi a una articolazione, ma considerare il movimento della persona nel suo insieme. È un cambio di paradigma importante, che porta il professionista dell’esercizio a osservare non solo dove compare una limitazione, ma anche perché il sistema abbia sviluppato quella specifica strategia di compenso.

Funzionalità della spalla e dolore: quando il problema potrebbe non essere solo nella spalla

Questa visione globale aiuta anche a comprendere perché il dolore alla spalla non dipenda sempre esclusivamente da una lesione locale. In molti casi la sintomatologia è il risultato dell’interazione tra controllo motorio, mobilità del rachide, funzione della scapola, carichi di allenamento e caratteristiche individuali della persona.

Per questo motivo una valutazione accurata rappresenta sempre il primo passo per costruire un programma di esercizio realmente efficace.

I 4 pilastri della stabilità dinamica della spalla

Il Personal Trainer Marco Ientile ha proposto un modello operativo che descrive la stabilità della spalla come una capacità dinamica derivante dall’integrazione di più sistemi. Il percorso si sviluppa come un’evoluzione logica: dalla creazione di un range di movimento utilizzabile fino al trasferimento di forza attraverso le catene cinetiche crociate.

Il primo pilastro è rappresentato dalla mobilità primaria, considerata il prerequisito essenziale. La disponibilità di movimento dipende dalla componente articolare, fasciale e toracica. Il focus operativo è quindi rivolto ai tessuti molli e alla mobilità, con l’obiettivo di creare un range di movimento utilizzabile.

Successivamente entra in gioco il rinforzo selettivo, con particolare attenzione all’attivazione di dentato anteriore, trapezio e cuffia dei rotatori per ripristinare una corretta rotazione scapolare. In questa fase l’obiettivo diventa il rinforzo, con l’obiettivo di migliorare il controllo del carico e la resilienza.

Il modello si completa con l’integrazione fasciale e propriocettiva e con il movimento crociato e il trasferimento di carico, che inseriscono la spalla nel gesto motorio globale attraverso le catene cinetiche. L’impegno si sposta quindi sulla coordinazione crociata, con l’obiettivo finale di ottenere un gesto motorio completo e atletico.

Mastoplastica additiva e allenamento: cosa cambia davvero per la funzionalità della spalla

Tra gli approfondimenti della 28ma Convention ha trovato spazio un tema che, almeno in apparenza, sembra estraneo alla spalla: la mastoplastica additiva. Il chirurgo plastico Marco Klinger e la Personal Trainer Fabiana Martino hanno spiegato perché, in realtà, ogni intervento che modifica il rapporto tra grande pettorale e complesso della spalla possa avere implicazioni biomeccaniche e funzionali, con ricadute concrete, fisiche e psichiche, sul ritorno all’allenamento e sul lavoro in palestra.

Secondo i relatori, se la spalla rappresenta il fulcro del movimento dell’arto superiore, il grande pettorale costituisce uno dei suoi principali partner biomeccanici. Per questo motivo, quando un intervento chirurgico modifica questo sistema, anche l’allenamento deve adattarsi alla nuova anatomia.

La chirurgia modifica un sistema biomeccanico, non solo il volume

Uno dei messaggi centrali dell’intervento di Fabiana Martino è che, quando una donna si sottopone a una mastoplastica additiva, il cambiamento più evidente è la ridefinizione del profilo corporeo. La domanda, però, è un’altra: cosa cambia in quello che non vediamo?

Secondo la relatrice, l’intervento può modificare tensioni tissutali, percezione corporea, controllo motorio e modalità di utilizzo del cingolo scapolare. Per questo motivo, la chirurgia non modifica soltanto un volume, ma un sistema biomeccanico.

Questo tema riguarda sempre di più i professionisti dell’esercizio fisico. “Sempre più donne praticano bodybuilding, powerlifting, CrossFit e fitness avanzato e, di conseguenza, sempre più frequentemente il Personal Trainer si trova a lavorare con clienti sottoposte a mastoplastica additiva, mastopessi o ricostruzione mammaria. Non è più un caso raro: è una competenza professionale” ha specificato Fabiana Martino.

Cosa può osservare il Personal Trainer al ritorno all’allenamento

Nel momento in cui una donna ad allenarsi l’attenzione non va posta solamente su cosa sia cambiato dal punto di vista anatomico, ma anche su come il sistema organizzi e percepisca il movimento.

Tra gli aspetti che il Personal Trainer può osservare vengono riportati torace chiuso, spalle anteriorizzate, movimenti rigidi, minore gestualità e paura di alcuni movimenti, in particolare quelli sopra la testa. Il suggerimento, però, è quello di non interpretare automaticamente questi segnali come una limitazione funzionale. Potrebbero rappresentare anche una risposta spontanea del corpo finalizzata alla protezione. Vi sono molteplici adattamenti associati a questa fase, tra cui protrazione scapolare, ridotta apertura toracica, minore efficienza della cuffia dei rotatori, aumento della cifosi dorsale e riduzione della mobilità della spalla, soprattutto in flessione, abduzione ed extrarotazione.

Forza e percezione del movimento

Un altro aspetto affrontato riguarda il modo in cui la persona percepisce il proprio corpo dopo l’intervento. “Non sento più lavorare il petto” oppure “Sento contrarre il pettorale in maniera differente”. Fabiana Martino propone di interpretare queste sensazioni come possibili espressioni del processo con cui il cervello aggiorna la mappa motoria del movimento.

Lo stesso principio viene applicato anche alla forza. La riduzione della forza percepita non coincide necessariamente con una reale perdita e il Personal Trainer deve tenerlo presente.

Allenamento con i pesi dopo una mastoplastica: cosa emerge dalla letteratura

Vi son alcuni falsi miti ancora diffusi. Tra questi vengono citate tre convinzioni: che i pesi possano danneggiare le protesi, che non sia più possibile allenare il petto e che gli esercizi di spinta siano controindicati.

Nelle relazioni della Convention viene invece evidenziato che la letteratura non riporta evidenze di una controindicazione permanente all’allenamento con i pesi. L’attenzione deve piuttosto concentrarsi sulla progressione graduale dei carichi, sull’adattamento individuale e sulle specificità dell’intervento. Il punto centrale diventa quindi come programmare il ritorno progressivo al carico.

Tra gli studi presentati figura quello di Roxo et al. (2017), che ha analizzato gli effetti del posizionamento sottomuscolare (dual plane) sul volume e sulla forza del grande pettorale. Dopo dodici mesi di follow-up post intervento gli autori hanno osservato una riduzione del volume muscolare e della forza di adduzione dell’omero, senza evidenziare una correlazione diretta tra volume e forza. Una differenza misurabile, concludono gli autori, non equivale necessariamente a una limitazione funzionale.

Un secondo studio, (Leonardis 2019) ha indicato invece che forza oggettiva e range di movimento possono recuperare, mentre la percezione funzionale può richiedere tempi più lunghi. È in questo contesto che Fabiana Martino colloca il ruolo del Personal Trainer: “accompagnare la persona nel recupero della fiducia verso il sistema torace-pettorale-spalla e nel ritorno al movimento“.

Funzionalità della spalla: oltre il singolo gesto

Come da tradizione, la Convention ha dedicato un approfondimento multidisciplinare a una specifica area del corpo, offrendo ai professionisti dell’esercizio strumenti di lettura che vanno oltre il singolo gesto tecnico e aiutano a comprendere il movimento nella sua complessità. Un approccio che conferma come aggiornamento scientifico e confronto tra competenze diverse rappresentino uno degli elementi distintivi dell’evento.

La funzionalità della spalla rappresenta un esempio concreto di questo metodo: osservare lo stesso distretto corporeo attraverso il contributo di discipline diverse permette di comprenderne meglio la biomeccanica, il controllo del movimento e le implicazioni pratiche nella valutazione e nell’allenamento.

Una visione che riflette la filosofia formativa di ISSA Europe. «La vera innovazione – ha dichiarato Claudia Borelli, Direttore Tecnico di ISSA Europe – non risiede nella ricerca di protocolli sempre più complessi, ma nella ridefinizione delle finalità dell’allenamento. Capacità motorie, funzionali e cognitive costituiscono un sistema integrato che l’esercizio fisico può contribuire a preservare e sviluppare lungo tutto l’arco della vita».

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