Attività fisica e declino cognitivo: quali benefici per memoria e cervello?

uno studio di qualche mese fa indaga i benefici determinati dall'attività fisica in riferimento al declino cognitivo

Il declino cognitivo non rappresenta una conseguenza inevitabile del passare degli anni. Le evidenze scientifiche indicano che alcuni fattori modificabili, tra cui l’attività fisica, possono contribuire alla salute del cervello durante l’invecchiamento. In un contesto in cui la compromissione delle funzioni cognitive incide profondamente sull’autonomia e sulla qualità della vita, comprendere il ruolo dell’esercizio diventa una priorità non solo clinica, ma anche sociale, a fronte, appunto, del sempre più diffuso problema del declino cognitivo.

Se è noto da tempo che il movimento giova al corpo, diverse ricerche indicano che un esercizio regolare, mirato e strutturato può produrre effetti favorevoli anche su alcune funzioni cognitive.

Più nello specifico, il deterioramento cognitivo lieve (MCI – Mild Cognitive Impairment) è una condizione nella quale la memoria o altre funzioni cognitive risultano ridotte rispetto a quanto atteso per l’età, mentre l’autonomia quotidiana rimane in larga parte conservata. L’MCI non coincide con la demenza e non evolve necessariamente nella malattia di Alzheimer: può progredire, rimanere stabile o, in alcuni casi, regredire.

Quali legami esistono tra attività fisica e declino cognitivo? Quali cambiamenti si possono osservare nella memoria e a livello cerebrale? Uno studio pubblicato su GeroScience ha analizzato gli effetti dell’allenamento contro resistenza nelle persone anziane con MCI, offrendo indicazioni interessanti, anche se non definitive.

Declino cognitivo e prevenzione: una sfida di salute pubblica

L’aumento dell’aspettativa di vita sta portando con sé una crescita dei disturbi cognitivi legati all’età. Il deterioramento delle funzioni cerebrali, anche nelle sue forme iniziali, rappresenta oggi una delle principali sfide sanitarie dei Paesi industrializzati. In questo scenario, individuare strategie preventive efficaci e sostenibili è fondamentale per ridurre l’impatto del declino cognitivo sulle persone e sui sistemi di assistenza.

Proprio su questo fronte si inserisce il recente studio neuroscientifico che ha analizzato l’effetto di un programma strutturato di allenamento contro resistenza su soggetti anziani con deterioramento cognitivo lieve.

Lo studio ha coinvolto 44 persone anziane con MCI: 22 sono state inserite nel gruppo di allenamento contro resistenza e 22 nel gruppo di controllo. La ricerca è durata 24 settimane. All’inizio e alla fine del periodo, i partecipanti sono stati valutati mediante test neuropsicologici e risonanza magnetica.

I risultati dello studio

Al termine delle 24 settimane, il gruppo che ha svolto allenamento contro resistenza ha ottenuto risultati migliori nella memoria episodica verbale, la capacità di apprendere e ricordare parole, informazioni ed eventi inseriti in un determinato contesto.

Nel gruppo di controllo è stata osservata una riduzione del volume della materia grigia nell’ippocampo e nel precuneo, aree coinvolte nella memoria, nell’orientamento e nell’elaborazione delle informazioni. Nel gruppo allenato non è stata rilevata una riduzione nell’ippocampo destro e nel precuneo, anche se sono emerse diminuzioni in altre aree cerebrali.

I ricercatori hanno, inoltre, riscontrato differenze favorevoli in alcuni parametri relativi all’integrità della sostanza bianca nel gruppo allenato rispetto a quello di controllo.

Attività fisica e declino cognitivo: cosa significano questi dati

I dati emersi suggeriscono che l’attività fisica, in particolare l’allenamento contro resistenza, non agisce esclusivamente sul sistema muscolare. Questo induce adattamenti positivi anche a livello cerebrale. Tali effetti appaiono interessanti nelle fasi iniziali del declino cognitivo, ma non permettono di concludere che l’esercizio possa rallentare da solo un processo neurodegenerativo.

Questi risultati confermano che l’esercizio di resistenza ha un impatto protettivo e neuroplastico, attenuando l’atrofia cerebrale legata all’invecchiamento cognitivo.

Lo studio ha però coinvolto soltanto 44 persone ed è durato 24 settimane. I risultati non dimostrano quindi che l’attività fisica prevenga la demenza o curi la malattia di Alzheimer, né possono essere estesi automaticamente a tutte le persone anziane o a qualsiasi forma di esercizio.

Una risposta a un’emergenza sanitaria

In Italia oltre 1,4 milioni di persone convivono oggi con una forma di demenza. Questo numero è destinato ad aumentare significativamente nei prossimi decenni come conseguenza dell’invecchiamento della popolazione. Secondo la Federazione Alzheimer i casi aumenteranno del 54% entro il 2050. Le stime, infatti, indicano una crescita costante dei casi, con un impatto rilevante non solo sui sistemi sanitari, ma anche sulle famiglie e sui caregiver.

Alla luce dell’aumento dei casi di demenza e del progressivo invecchiamento della popolazione, la prevenzione del declino cognitivo rappresenta oggi una priorità di salute pubblica. In questo contesto, l’attività fisica rappresenta uno dei fattori modificabili che possono contribuire alla salute generale e cerebrale lungo tutto l’arco della vita.

Gli studi più recenti confermano ciò che già la saggezza antica aveva intuito. Il binomio nutrizione ed esercizio fisico è centrale per la salute, anche sul piano cognitivo. Lo ricordava Ippocrate, padre della medicina, quando affermava: “Se fossimo in grado di fornire a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico, né in difetto né in eccesso, avremmo trovato la strada della salute”.

Una lezione ripresa secoli dopo dal fisiologo Rodolfo Margaria: “L’attività fisica è come un farmaco e come tale va somministrato da chi lo conosce. Se poco non sortisce nessun effetto, se troppo può risultare tossico”.

Le evidenze disponibili invitano quindi a considerare il movimento come una componente importante di un invecchiamento in salute, senza attribuirgli effetti preventivi o terapeutici non dimostrati.

 

Il ruolo dell’attività fisica nella promozione di un invecchiamento in salute sia dal punto di vista fisico sia cognitivo, sarà uno degli argomenti della XXIX Convention ISSA Europe. 

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In breve

Il movimento non coinvolge soltanto muscoli e articolazioni, ma sollecita anche il sistema nervoso e diverse funzioni cognitive. Lo studio analizzato offre indicazioni interessanti sui possibili effetti dell’allenamento contro resistenza nelle persone anziane con deterioramento cognitivo lieve.

  • Dopo 24 settimane, il gruppo allenato ha ottenuto risultati migliori nella memoria episodica verbale.
  • I ricercatori hanno osservato differenze in alcuni parametri della materia grigia e della sostanza bianca.
  • I risultati suggeriscono un possibile effetto favorevole dell’allenamento sulla memoria e sulla salute cerebrale.
  • Lo studio ha coinvolto 44 persone: i dati sono promettenti, ma non possono essere generalizzati.
  • L’attività fisica deve essere adattata all’età, alle condizioni individuali e al livello di autonomia.

Revisione e supervisione editoriale: Barbara Arianna Borelli

FAQ – Domande frequenti su attività fisica e declino cognitivo

L’attività fisica previene il declino cognitivo?

L’attività fisica può contribuire alla salute cerebrale e alcune ricerche mostrano benefici sulla memoria e su altre funzioni cognitive. Non è però possibile affermare che impedisca con certezza il declino cognitivo.

Quale attività fisica è indicata in presenza di problemi cognitivi?

Non esiste un programma valido per tutti. Tipo, intensità e frequenza degli esercizi devono tenere conto delle condizioni cliniche, dei farmaci, dell’equilibrio e dell’autonomia della persona.
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