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Piede e caviglia rappresentano la base sulla quale si organizza il movimento dell’intero arto inferiore. Ogni volta che camminiamo, corriamo, saltiamo o eseguiamo un esercizio, devono garantire stabilità e, nello stesso tempo, adattarsi al terreno e assorbire le sollecitazioni. «Se l’equilibrio tra stabilità e mobilità si rompe – spiega Cornelio Gurgu, Osteopata e Personal Trainer – il problema non resta lì. Il ginocchio, l’anca e la zona lombare devono compensare un appoggio che non funziona bene, modificando il proprio modo di muoversi». Il dolore tra caviglia e piede, quindi, non è l’unico segnale da osservare. Un appoggio scorretto o una ridotta mobilità possono non provocare alcun fastidio locale. Tuttavia, nel tempo, possono contribuire alla comparsa di disturbi in altre parti del corpo.
Riconoscere questi segnali rientra nelle competenze che un Personal Trainer dovrebbe sviluppare. Non per formulare diagnosi, ma per comprendere quando sia possibile adattare l’allenamento e quando, invece, sia necessario indirizzare verso una valutazione sanitaria.
Il tema sarà al centro del Workshop Piede e Caviglia, penultimo appuntamento del ciclo 2026 del corso CPT – Certified Postural Trainer dell’Academy Posturale ISSA Europe. Il percorso comprende sette workshop teorico-pratici, dedicati ai diversi distretti corporei e all’analisi posturale.
Come capire se piede e caviglia lavorano correttamente
Il Personal Trainer può raccogliere molte informazioni osservando il cliente durante esercizi eseguiti in catena cinetica chiusa, come squat e affondi. In questi movimenti il piede rimane a contatto con il suolo e il comportamento dell’intero arto inferiore diventa più facilmente osservabile.
Secondo Dario Crippa, Personal Trainer specializzato in Postural Training, occorre prestare attenzione al modo in cui il cliente appoggia e orienta il piede, distribuisce il peso e muove la caviglia. Posizioni non corrette, infatti, non causano necessariamente un disagio immediato: «Il piede può compensare e la persona può non avvertire nulla. Oppure possono comparire disagi a cascata, in senso ascendente, sul ginocchio, sull’anca, sul bacino e sulla zona lombare».
Tra i segnali da osservare rientrano:
- una distribuzione del peso chiaramente asimmetrica;
- la tendenza a scaricare maggiormente il carico su un lato del piede;
- differenze evidenti tra arto destro e sinistro;
- instabilità durante l’appoggio su un solo piede;
- un cedimento della caviglia durante la corsa o i cambi di direzione;
- una limitazione della dorsiflessione;
- il sollevamento precoce del tallone;
- compensi evidenti durante squat, affondi e cammino;
- un’usura molto diversa tra le due scarpe.
«Guardare la suola di un paio di scarpe usate dice molto su come una persona distribuisce il carico» osserva Gurgu. L’usura, da sola, non permette certamente di formulare ipotesi. Tuttavia, insieme all’osservazione del movimento e alle informazioni fornite dal cliente, può offrire un ulteriore elemento da considerare.
Quali sono le possibili cause del dolore tra piede e caviglia?
Le possibili cause del dolore a caviglia e piede sono numerose. Per questo motivo, prima di intervenire sull’allenamento, è importante capire se il problema sia comparso dopo un evento preciso oppure si sia sviluppato gradualmente.
«La causa traumatica più frequente è rappresentata dalle distorsioni, soprattutto in inversione, il classico piede che gira verso l’interno» spiega Gurgu. In questi casi possono essere coinvolti i legamenti laterali della caviglia.
Vi sono poi problemi legati al sovraccarico e all’uso ripetuto. Rientrano in questo gruppo, per esempio, le tendinopatie del tendine d’Achille o dei tendini peronei e i disturbi della fascia plantare. Possono comparire in chi corre, salta o cammina molto, soprattutto quando il carico aumenta rapidamente oppure il recupero non è adeguato.
Come già accennato, è molto importante la distribuzione non equilibrata dei carichi. Crippa sottolinea che anche differenze apparentemente contenute, se ripetute nel tempo, possono diventare rilevanti: «Squilibri di carico del 15-20%, mantenuti a lungo, possono contribuire alla comparsa del dolore».
Infine, possono essere presenti cause articolari, degenerative, infiammatorie o compressive. Proprio per questa varietà, il Personal Trainer deve evitare di attribuire automaticamente il dolore a una postura, a un appoggio o a un singolo muscolo.
Dolore caviglia e piede senza trauma: che cosa può significare?
Il dolore caviglia e piede senza trauma può svilupparsi gradualmente. In questi casi non esiste necessariamente un momento preciso al quale collegare l’inizio del disturbo.
Il problema può dipendere da un sovraccarico ripetuto, da una modifica dell’attività fisica, da una mobilità ridotta, da un appoggio non ben distribuito oppure da compensi presenti lungo l’arto inferiore. Anche passare molte ore in piedi, su superfici dure eccetera può aumentare le sollecitazioni.
«Un appoggio pronato o supinato può sovraccaricare nel tempo strutture specifiche», spiega Gurgu. «In questi casi il dolore non nasce da un singolo evento, ma si costruisce lentamente».
Tuttavia, la comparsa di dolore senza un trauma riconoscibile non deve essere automaticamente interpretata come un problema biomeccanico. Se il disturbo persiste, peggiora o si associa a gonfiore, arrossamento, calore o limitazioni funzionali importanti, è necessaria una valutazione sanitaria.
Quali sono le possibili cause del dolore alla caviglia quando appoggio il piede?
Il dolore alla caviglia quando si appoggia il piede può essere associato a un trauma, a un sovraccarico, a un’irritazione dei tessuti oppure a una mobilità non completamente recuperata dopo un precedente infortunio. Il corpo, però, cerca quasi sempre di continuare a muoversi. Di conseguenza, quando una parte dell’arto è dolorante o poco mobile, modifica lo schema motorio per ridurre la sollecitazione.
«Il ginocchio può iniziare a ruotare diversamente durante il passo, l’anca può modificare l’ampiezza del movimento e il bacino può inclinarsi per scaricare meno peso su quel lato», spiega Gurgu. «Nel breve termine è un adattamento utile. Nel medio-lungo termine, però, le strutture che compensano possono iniziare a lavorare in sovraccarico».
La relazione può procedere anche nella direzione opposta. Una limitazione dell’anca, un’alterazione del bacino o una diversa gestione del carico possono cambiare il modo in cui il piede entra in contatto con il terreno.
Per questo motivo, il punto nel quale si avverte dolore non coincide sempre con l’origine del problema. Crippa osserva che, per il cliente, può essere impossibile riconoscere autonomamente il collegamento: il dolore può comparire al ginocchio, all’anca o nella zona lombare anche quando il primo adattamento riguarda piede e caviglia.
Perché la mobilità della caviglia è importante nello squat?
La dorsiflessione è il movimento che consente alla tibia di avanzare rispetto al piede mantenuto in appoggio. È coinvolta nel cammino, nella corsa, nella discesa delle scale, negli affondi e nello squat.
Quando la mobilità della caviglia è ridotta, la persona può comunque riuscire a completare il movimento. Tuttavia, può farlo sollevando il tallone, modificando la posizione del piede, riducendo la profondità dello squat o aumentando il movimento a carico di altre articolazioni.
Non esiste, però, una sola esecuzione corretta valida per tutti. Il significato del movimento dipende dalle caratteristiche individuali, dal tipo di esercizio, dal carico e dall’eventuale presenza di dolore.
L’osservazione di squat e affondi serve solo a individuare differenze, limitazioni e strategie compensatorie.
Gonfiore piede e caviglia: quali possono essere le cause?
Il gonfiore di piede e caviglia richiede un particolare riguardo perché può avere origini molto diverse.Dopo una distorsione o un altro trauma, può comparire un edema localizzato, associato a dolore e limitazione del movimento. In altri casi il gonfiore può manifestarsi dopo molte ore trascorse in piedi, un periodo prolungato in posizione seduta o un sovraccarico insolito.
Anche il caldo può favorire un accumulo transitorio di liquidi. Crippa precisa, però, che il fenomeno dovrebbe ridursi: «Se il gonfiore non è transitorio, non è opportuno forzare. Per il Personal Trainer rappresenta una red flag e richiede l’invio del cliente al medico o allo specialista».
Il gonfiore persistente indica spesso una forte infiammazione. Naturalmente, se ha una causa traumatica, circolatoria o sistemica deve essere interpretato da una figura sanitaria.
Dolore e gonfiore: quando il Personal Trainer deve fermare l’allenamento?
Il Personal Trainer non deve stabilire la causa clinica di dolore e gonfiore. Deve, invece, riconoscere i segnali che rendono inopportuno continuare o aumentare il carico.
Crippa indica come red flag anche la comparsa di dolore durante attività più impegnative rispetto alla vita quotidiana. Può accadere, per esempio, durante una discesa in montagna, nei cambi di direzione o in altri movimenti che richiedono un controllo maggiore della caviglia.
Riepilogando, l’allenamento deve essere sospeso e la persona indirizzata verso una valutazione sanitaria quando sono presenti:
- impossibilità o marcata difficoltà nel caricare il peso;
- dolore acuto e molto localizzato dopo un trauma;
- gonfiore rapido e importante;
- arrossamento e aumento della temperatura cutanea;
- ematoma esteso;
- sensazione persistente di cedimento;
- dolore che aumenta durante l’attività;
- gonfiore o dolore che non migliorano;
- perdita significativa della funzionalità.
In queste situazioni il compito del Personal Trainer è interrompere il lavoro e consigliare una visita presso il medico, l’ortopedico o il fisiatra.
Come riconoscere una possibile lesione importante?
Dolore acuto, gonfiore rapido, ematoma, difficoltà nel caricare il peso e sensazione di instabilità possono indicare una lesione che richiede un approfondimento.
«Se una persona non riesce a compiere almeno quattro passi dopo il trauma, è opportuno valutare la necessità di accertamenti» spiega Gurgu. La capacità di compiere quattro passi fa parte delle Ottawa Ankle Rules, utilizzate in ambito clinico per stabilire quando una radiografia sia indicata in seguito a un trauma acuto. Non permette, da sola, di determinare la presenza o la gravità di una lesione legamentosa.
In presenza di questi segnali, in ogni caso e senza dubbio, non bisogna ovviamente provare a stabilire la gravità della distorsione attraverso esercizi, salti o test improvvisati.
Piede piatto e altri problemi strutturali: qual è il limite del Personal Trainer?
Durante la raccolta iniziale delle informazioni, il Personal Trainer può chiedere se il cliente abbia ricevuto diagnosi relative al piede, alla caviglia o all’arto inferiore. Può inoltre domandare se abbia utilizzato plantari, seguito terapie o affrontato precedenti infortuni.
Nel caso del piede piatto o di altre condizioni strutturali, però, non spetta al Personal Trainer stabilire un trattamento. «È il cliente a dover riferire una diagnosi di piede piatto e il percorso eventualmente seguito» precisa Crippa.
L’osservazione dell’appoggio rimane utile per programmare gli esercizi. Tuttavia, non deve essere utilizzata per assegnare etichette cliniche o proporre correzioni terapeutiche che non rientrano nelle competenze del professionista dell’allenamento.
Che cosa succede dopo una distorsione di caviglia?
Anche dopo la conclusione delle cure, una persona può continuare a percepire che qualcosa sia cambiato nella propria gamba. Il dolore può essere scomparso, mentre restano rigidità, insicurezza o una diversa gestione del carico.
Il Personal Trainer dovrebbe osservare come la caviglia si muove rispetto al resto del corpo. Inoltre, deve verificare se il cliente sia tornato a utilizzare l’arto con fiducia oppure mantenga un atteggiamento protettivo.
«La persona può non fidarsi più completamente dell’arto e continuare a proteggerlo», spiega Crippa. «In questo caso serve un lavoro di recupero neuromuscolare che la aiuti a utilizzare nuovamente l’arto secondo il suo potenziale».
Anche Gurgu sottolinea l’importanza del controllo neuromuscolare: «Molte persone pensano che, una volta passato il dolore, il recupero sia completo. Senza un lavoro specifico, però, la caviglia può rimanere meno pronta a rispondere a terreni irregolari o movimenti improvvisi».
Si può continuare ad allenarsi dopo una distorsione?
Dipende dalla gravità della distorsione e dall’esito della valutazione clinica. Dopo un trauma non è il Personal Trainer a decidere autonomamente se e quanto caricare l’articolazione.
Nelle forme lievi, dopo avere escluso condizioni che richiedono cure specifiche, può essere indicato mantenere un movimento compatibile con i sintomi. Tuttavia, bisogna evitare nelle prime fasi salti, cambi di direzione, terreni irregolari e altri gesti che sottopongono la caviglia a sollecitazioni difficili da controllare.
Le distorsioni moderate o severe richiedono una gestione più prudente e una ripresa progressiva. Immobilizzare l’articolazione più a lungo del necessario può rallentare il recupero della mobilità. Al contrario, riprendere troppo presto attività intense può favorire nuovi episodi e instabilità persistente. I due errori opposti sono quindi:
- mantenere la caviglia completamente ferma oltre le indicazioni ricevute;
- tornare a carichi elevati appena il dolore diminuisce.
La progressione deve rispettare il percorso stabilito dalle figure sanitarie che hanno seguito l’infortunio.
Quali esercizi evitare in caso di dolore o instabilità?
Quando la situazione non è chiara, Crippa e Gurgu sconsigliano di eseguire esercizi che richiedano elevate capacità di assorbimento, reazione e stabilizzazione, come:
- affondi balzati;
- esercizi pliometrici;
- salti e atterraggi;
- cambi di direzione rapidi;
- lavori su superfici irregolari;
- gesti sportivi eseguiti ad alta intensità.
Questi movimenti possono essere introdotti nelle fasi avanzate del recupero, dopo aver verificato mobilità, forza, controllo e tolleranza al carico.
Gli esercizi di mobilità e stretching non sono necessariamente pericolosi. Possono essere utili soprattutto per una persona rigida e per preparare il successivo lavoro di rinforzo. Tuttavia, devono rispettare i sintomi, le caratteristiche individuali e le eventuali indicazioni cliniche.
In presenza di lassità legamentosa, aumentare ulteriormente la mobilità può, invece, risultare poco utile.
Quali esercizi migliorano stabilità ed equilibrio?
Il lavoro può iniziare con attività semplici e diventare gradualmente più complesso. Una possibile progressione comprende:
- appoggio monopodalico su superficie stabile, prima a occhi aperti;
- appoggio monopodalico a occhi chiusi;
- esercizi su tavolette propriocettive, cuscini di equilibrio o superfici morbide;
- mini-squat su una gamba;
- piccoli salti con atterraggio controllato;
- cambi di direzione a bassa intensità, nelle fasi più avanzate.
La progressione non è uguale per tutti. Prima di aumentare la difficoltà bisogna verificare la qualità del movimento, l’assenza di dolore e gonfiore e la risposta del soggetto.
Allenarsi scalzi fa sempre bene?
L’allenamento a piedi nudi è diventato popolare, ma non rappresenta una soluzione valida per ogni persona e per ogni esercizio. «Spesso non si considera con che cosa ci si allena», osserva Crippa. «Va di moda allenarsi scalzi, ma non è detto che vada bene per tutti. Anche il tipo di scarpa deve essere valutato».
Allenarsi scalzi modifica il contatto con il suolo e le sollecitazioni ricevute dal piede. La risposta dipende dalla mobilità, dalla forza, dall’abitudine, dall’esercizio e dalla superficie.
Anche la scarpa può influenzare il modo in cui il cliente esegue un movimento. Un modello completamente piatto e uno dotato di maggiore sostegno o di un diverso dislivello tra tallone e avampiede producono condizioni differenti.
Se compare dolore, quindi, il Personal Trainer dovrebbe chiedere anche quali scarpe vengano utilizzate, da quanto tempo e in quali attività. Non per prescrivere un modello specifico, ma per comprendere se il problema sia associato anche a un cambiamento dell’attrezzatura o delle abitudini.
Come prevenire distorsioni e recidive?
La prevenzione è particolarmente importante per chi pratica attività fisica in modo saltuario, per esempio giocando a calcetto una volta alla settimana senza una preparazione regolare. Secondo Gurgu, la strategia dovrebbe comprendere:
- esercizi di equilibrio e controllo neuromuscolare;
- mantenimento di una mobilità adeguata;
- riscaldamento coerente con l’attività prevista;
- rinforzo progressivo della muscolatura.
Per chi ha già subito una distorsione, la scomparsa del dolore non coincide necessariamente con il pieno recupero. Possono rimanere limitazioni della mobilità, instabilità e, come detto, una ridotta fiducia nell’arto.
Tutori e bendaggi possono essere indicati dalle figure sanitarie durante il ritorno allo sport. Tuttavia, non sostituiscono il recupero della forza, della stabilità e del controllo neuromuscolare.
Qual è il ruolo del Personal Trainer nel recupero?
Il Personal Trainer interviene nella fase dell’allenamento e del ritorno progressivo al movimento, nel rispetto della valutazione e delle indicazioni sanitarie.
«Il mio lavoro di Osteopata è trattare le restrizioni che rientrano nelle mie competenze e verificare che la persona possa tornare al movimento attivo», afferma Gurgu. «Da quel momento serve qualcuno che traduca il via libera in un percorso di allenamento progressivo e strutturato».
Il Personal Trainer può quindi programmare il carico, monitorare la risposta agli esercizi e sviluppare gradualmente forza, equilibrio, controllo e capacità specifiche. La collaborazione con Osteopata, Fisioterapista, Fisiatra o Ortopedico consente di definire meglio i limiti e gli obiettivi della fase di recupero.
«I risultati migliori si ottengono quando le figure coinvolte comunicano tra loro», conclude Gurgu. «In questo modo si evita sia di proporre un’attività troppo intensa prima che la persona sia pronta, sia di mantenerla su esercizi troppo blandi oltre il necessario».
Piede e caviglia nel percorso CPT di ISSA Europe
Il workshop dedicato a piede e caviglia è un appuntamento del ciclo 2026 del corso CPT – Certified Postural Trainer, organizzato da ISSA Europe.
Il percorso comprende sette workshop teorico-pratici di cinque ore. È possibile partecipare ai singoli appuntamenti oppure completare l’intero ciclo. L’obiettivo del progetto non è focalizzarsi su ciascun tratto su come un elemento isolato. È, invece, comprenderne le relazioni con tutto il resto del corpo. In questo caso, nella fattispecie, ci si dedicherà al rapporto del piede con caviglia, ginocchio, anca, bacino e colonna. Obiettivo ultimo è riconoscere da parte delle persone i segnali che richiedono prudenza, oltre che utilizzare l’esercizio all’interno dei confini professionali del Personal Trainer. Iscriviti subito!
Cosa ricordare
Piede e caviglia influenzano l’organizzazione del movimento dell’intero arto inferiore. I punti principali da ricordare sono:
- Dolore e gonfiore possono avere cause diverse e non devono essere interpretati automaticamente dal Personal Trainer.
- Squat, affondi e appoggio monopodalico aiutano a osservare asimmetrie e strategie compensatorie.
- Dopo una distorsione, la scomparsa del dolore non coincide necessariamente con il completo recupero della funzionalità.
- In presenza di red flag, il Personal Trainer deve interrompere l’allenamento e indirizzare il cliente verso una valutazione sanitaria.
- Mobilità, stabilità e controllo neuromuscolare devono essere recuperati attraverso una progressione personalizzata e coerente con eventuali indicazioni sanitarie.
Revisione e supervisione editoriale: Barbara Arianna Borelli



