Attività fisica e cervello: perché allenare il corpo significa allenare anche la mente

La testimonianza del giornalista ed ex atleta Marco Del Freo sulla propria esperienza in merito a quanto l'attività fisica rappresenti un beneficio anche per il cervello

L’attività fisica non coinvolge soltanto i muscoli, ha effetti anche sul cervello. Ogni gesto richiede, infatti, al cervello stesso di organizzare il movimento, coordinare diverse azioni, elaborare informazioni e adattare rapidamente la risposta alle circostanze. Diventa, quindi, difficile separare nettamente la preparazione fisica dalle capacità cognitive necessarie per esprimere una prestazione.

È questo il filo conduttore della testimonianza portata da Marco Del Freo all’apertura della Convention ISSA Europe 2026. giornalista ed ex atleta, Del Freo ha ripercorso alcune esperienze vissute nel football americano, nella preparazione con i pesi e durante il periodo trascorso negli Stati Uniti.

Il suo non è stato un intervento costruito per presentare risultati sperimentali. Al contrario, Del Freo ha chiarito i limiti di un racconto personale. Quest’ultimo, tuttavia, permette di osservare da una prospettiva concreta quanto muscoli, movimento, capacità di apprendere e funzioni cognitive siano collegati nella pratica sportiva.

Attività fisica e cervello: un rapporto che parte dal movimento

Quando si pensa all’allenamento, è facile concentrare l’attenzione sui risultati più visibili: l’aumento della massa muscolare, lo sviluppo della forza, la velocità oppure la resistenza. Dietro ogni prestazione, però, non c’è soltanto un muscolo che si contrae.

Il movimento deve essere appreso, controllato. Inoltre, in molti sport l’atleta deve riconoscere uno stimolo, interpretarlo e produrre in pochi istanti una risposta adeguata. Il cervello, quindi, non assiste passivamente al lavoro del corpo, ma partecipa all’azione, all’attività fisica.

Del Freo ha affrontato questo rapporto attraverso esperienze maturate in contesti differenti. Da una parte, ha raccontato gli anni della propria preparazione atletica; dall’altra, ha ricordato la complessità tecnica e mentale del football americano. Infine, ha richiamato il periodo trascorso presso gli Institutes for the Achievement of Human Potential di Philadelphia, dove aveva potuto osservare programmi fondati sul rapporto tra movimento e funzioni cerebrali.

Il punto comune alle diverse esperienze è il ruolo dell’azione motoria. Allenarsi non significa semplicemente muovere un carico o eseguire una sequenza di gesti: significa anche imparare a governare il corpo.

Allenare la forza non significa soltanto costruire muscoli

Marco Del Freo ha iniziato ad allenarsi con i pesi tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, dopo un’esperienza nella pallacanestro e con l’avvicinamento al football americano. La palestra che lo ha visto protagonista è quella di Adriano Borelli, lo Sporting Club Leonardo da Vinci, a Milano.

All’inizio del proprio percorso in piazzale Loreto, Del Freo pesava circa 97-98 chilogrammi, eseguiva squat con all’incirca 90 chilogrammi e percorreva le 40 yard in circa 5,8 secondi. Dopo quasi quattro anni di preparazione, il peso corporeo era salito a 122-123 chilogrammi, mentre nello squat era arrivato a sollevare 310 chilogrammi. Contemporaneamente, il tempo sulle 40 yard era sceso a circa 4,65 secondi. Si tratta dei dati ricordati dallo stesso Del Freo e, quindi, di una testimonianza autobiografica.

L’esperienza è comunque interessante perché contraddice una convinzione che, secondo il suo racconto, era diffusa in quegli anni: allenarsi con i pesi avrebbe necessariamente reso l’atleta più lento. Nel suo caso avvenne il contrario. A un aumento consistente della massa corporea e della forza si accompagnò un miglioramento della velocità. Naturalmente, questi numeri non consentono di ricavare una regola valida per tutti. Mostrano, però, come lo sviluppo muscolare non debba essere valutato isolatamente, ma in relazione al programma seguito e alle caratteristiche della prestazione richiesta.

Forza, potenza e velocità nella preparazione atletica

Nel racconto di Del Freo, l’allenamento della forza non rappresentava il punto di arrivo. Era, piuttosto, una delle basi necessarie per sviluppare le qualità richieste dal football americano. L’obiettivo non consisteva soltanto nel sollevare carichi più elevati. La forza ottenuta doveva essere trasformata in potenza e applicata a un gesto eseguito rapidamente. Per questo motivo, la preparazione seguiva una progressione: prima la costruzione della massa, poi il lavoro sulla forza e infine lo sviluppo della potenza e della velocità.

L’esperienza riportata alla Convention permette così di superare un’immagine riduttiva dell’allenamento con i pesi. Il muscolo non serve unicamente a modificare l’aspetto fisico. In una preparazione finalizzata alla prestazione, deve produrre un’azione efficace nel tempo e nelle condizioni richieste dalla disciplina.

Tuttavia, per riuscirci non basta possedere una maggiore quantità di massa muscolare. L’atleta deve saper utilizzare ciò che ha costruito, coordinando il corpo e applicando la forza al momento opportuno. È proprio in questo passaggio che il rapporto tra attività fisica e cervello diventa evidente.

Il football americano come esercizio fisico e cognitivo

Il football americano viene spesso associato soprattutto alla forza, alla velocità e al contatto fisico. Eppure, come ha spiegato Del Freo, ogni azione richiede anche un notevole lavoro cognitivo.

Durante le sue esperienze negli Stati Uniti, prima come atleta e successivamente come allenatore in una high school, Del Freo ha potuto osservare la quantità di informazioni che un giocatore deve apprendere. Gli schemi non riguardano soltanto la posizione iniziale o il percorso da seguire. Comprendono le chiamate, le possibili risposte alle scelte dell’avversario e le variazioni da applicare mentre l’azione è già in corso.

Più cresce il livello della competizione, più questo patrimonio di informazioni diventa ampio. Del Freo ha ricordato i materiali studiati durante una preparazione pre-stagionale: un insieme molto consistente di indicazioni sugli schemi, sul comportamento in campo e persino sulle abitudini da mantenere fuori dall’allenamento.

Tutto deve essere memorizzato e poi utilizzato ad alta velocità. Durante il gioco, infatti, non c’è il tempo per ricostruire lentamente ogni passaggio. Il giocatore deve riconoscere ciò che sta accadendo, richiamare lo schema corretto e trasformarlo immediatamente in movimento. Il cervello e i muscoli, dunque, non lavorano in successione come due sistemi indipendenti. La decisione e l’azione fanno parte della stessa prestazione. Insomma, attività fisica e cervello sono tutt’uno.

Questo è uno dei concetti principali su cui si fonda il paradigma MBO – MuscleBrain Optimization un approccio orientato all’ottimizzazione congiunta dell’efficienza muscolare e cerebrale

Movimento, coordinazione e capacità di apprendere

L’esperienza sportiva raccontata da Marco Del Freo mette in evidenza un altro elemento: la preparazione fisica comprende un processo continuo di apprendimento.

Un gesto può essere guidato inizialmente e diventare più autonomo con la pratica. Allo stesso tempo, l’atleta deve imparare a coordinare movimenti diversi, riconoscere gli errori e adattarsi a situazioni che cambiano. Questo vale nell’esecuzione di un esercizio con i pesi, ma diventa ancora più evidente negli sport caratterizzati da numerose variabili.

Per Del Freo, l’idea che il movimento partecipi all’attività del cervello ha trovato un ulteriore riscontro durante il periodo trascorso presso gli Institutes for the Achievement of Human Potential di Philadelphia. Qui poté osservare programmi nei quali venivano proposte sequenze motorie guidate, costruite intorno alla coordinazione e agli schemi di movimento.

Quel periodo contribuì a rafforzare in Del Freo l’interesse per il ruolo svolto dal movimento nell’organizzazione delle azioni e nell’utilizzo delle capacità individuali. E questo anche grazie all’osservazione del metodo sviluppato dal fisioterapista Glenn Doman che, seppure oggetto di numerose discussioni e controversie, ha alimentato la sua riflessione sul rapporto tra schemi motori e funzioni cerebrali.

Che cosa può ricavarne il Personal Trainer

Il messaggio centrale dell’intervento conserva un significato concreto anche nell’allenamento quotidiano. Ogni cliente deve apprendere i movimenti, controllare la posizione del corpo e coordinare le diverse fasi di un esercizio. Il compito del Personal Trainer consiste, quindi, anche nel guidarlo verso un’esecuzione progressivamente più consapevole e autonoma.

Attività fisica e cervello: superare la separazione tra corpo e mente

L’intervento che ha aperto la Convention ISSA Europe 2026 non ha proposto una formula universale né un metodo da applicare indistintamente. Marco Del Freo ha scelto, invece, di partire dalla propria storia: gli allenamenti con i pesi, il football americano, l’esperienza negli Stati Uniti e l’osservazione di programmi basati sul movimento.

Dal suo racconto emerge che allenare il corpo non significa occuparsi soltanto della sua dimensione visibile. Attraverso la ripetizione e l’esperienza, l’atleta impara a controllare i gesti e a rispondere in modo sempre più efficace alle richieste della prestazione. Corpo e mente non costituiscono, dunque, due componenti separate, ma partecipano alla stessa azione.

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